Doppia visione di terre alte viene offerta dal Museo Nazionale della Montagna di Torino. Presentando due raccolte storiche di fotografie che regalano suggestioni lontane nel tempo, distanti fra loro ma unite dalla torinesità degli autori. Entrambe visitabili dal 16 ottobre nelle sede storica del CAI al Monte dei Cappuccini.

La prima porta il titolo "La Naturaleza en la América Austral", lo stesso che Alberto Maria De Agostini realizzò a Santiago del Cile nel 1918. Parole che sono una chiara enunciazione di un progetto estetico e di ricerca che il Salesiano condurrà per molti anni nelle terre australi d'America.
Non è casuale, perché è anche descrizione di un genere di fotografia artistica, diffuso in quegli anni, che De Agostini declinò con i suoi interessi di missionario-esploratore, motivo per cui per è stato utilizzato per questa esposizione.
La Naturaleza non è comunque la prima mostra fotografica che egli realizzò; già nel 1913 aveva presentato, sempre a Santiago, fotografie del Canal Beagle e della Terra del Fuoco che esaltavano la «poesia del mar» e la «hermosa naturaleza».
De Agostini fu uno dei maggiori esploratori dell'America Australe, della Patagonia e della Terra del Fuoco cilena e argentina e il Museo Nazionale della Montagna conserva una sua straordinaria collezione di stampe fotografiche, negativi su pellicola e vetro, diapositive, carte e soprattutto i film realizzati nei primi decenni del Novecento. Fu sicuramente influenzato dalla zona in cui nacque, a Pollone, dove la montagna termina per lasciar spazio alla pianura. Scriveva il nipote Federico: "Le pittoresche bellezze del biellese lo attraevano alla contemplazione della natura. La montagna veniva intanto esercitando il suo grande fascino sul suo animo". Quando lasciò Torino, era il 28 ottobre 1909, gli posero subito la domanda cruciale di una vita: "Vai in Patagonia a fare il missionario o a fare il fotografo e l'esploratore?". De Agostini, a modo suo, svolse entrambi i ruoli.

Con questa mostra - che vede la luce in occasione del Centenario dell'arrivo di De Agostini a Punta Arenas (capoluogo della Patagonia cilena) e del Cinquantenario della sua scomparsa - il Museo continua un lavoro iniziato nell'ottobre del 1984. Da quella data un regolare succedersi di progetti ha permesso di ricollocare De Agostini nel giusto ruolo. Il Museo - dopo aver catalogato e restaurato il materiale fotografico, cinematografico e documentale - ha realizzato 2 volumi in più edizioni e oltre 30 allestimenti di mostre in Italia, Argentina, Cile, ma anche in Canada e Svizzera; ha prodotto 2 documentari e collaborato alla realizzazione di molti altri; ha curato un accompagnamento musicale del film Terre Magellaniche e lo ha presentato in circa 25 pro iezioni in tre continenti. Nel contempo ha svolto un'opera continuativa di sensibilizzazione.

Nella mostra - oltre alle tradizioni immagini della naturaleza delle terre australi; degli indio, vere icone di una storia che il "progresso" ha cancellato per sempre - si affiancano scatti quasi del tutto inediti del Piemonte e della Valle d'Aosta, le terre natìe in cui il salesiano usava rifugiarsi durante i suoi soggiorni in Italia. Tra queste anche alcune straordinarie fotografie della processione da Fontainemore a Oropa, dove i partecipanti si trasformano in un'astrazione di riferimenti bianchi che si perdono nella nebbia della montagna, una serie di macchie chiare che si stagliano sulla roccia scura, con effetti di grande pregio e suggestione.
In occasione della mostra che sarà allestita al Monte dei Cappuccini fino al prossimo 8 dicembre, in data da definire, sarà riproposto anche a Torino - dove venne presentato in prima assoluta al Teatro Chiarella nel 1933 - "Terre magellaniche", lo straordinario documentario di De Agostini, che si avvarrà dell'accompagnamento musicale ideato da Francesco Pennarola, eseguito dallo stesso al pianoforte con Francesca Villa al violoncello.
La seconda mostra espone le "autocromie" di Ferdinando Fino (Torino, 1872-1918), nato da una famiglia di piccoli imprenditori chimici (Ditta Luigi Fino & C, fondata dal nonno), che comprendeva però nella più ampia rete parentale uno zio pittore (Giovanni Battista), i cugini Giocondo (drammaturgo e compositore, anche di musiche per film) e Saverio (letterato e critico teatrale), la cugina acquisita Chiarina Savio, ben nota mezzosoprano, e i fratelli Thermignon, cioè alcune delle figure più significative della scena culturale torinese e delle Valli di Lanzo negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo.

In questo clima Ferdinando sviluppò un primo interesse per la pittura, che lo avrebbe portato a frequentare Giacomo Grosso e Filiberto Petiti, per passare alla fotografia prima del 1906, quando partecipò a una mostra promossa dall'Unione Escursionisti. Le sue «scene e soggetti alpini» gli valsero una medaglia e furono segnalate da "La Fotografia Artistica", allora il più prestigioso periodico italiano del settore. Nonostante il buon risultato, la sua attività non si discostava ancora dalla pratica amatoriale, quasi ovvia per un giovane borghese di quegli anni, almeno sino al 1909 quando partecipò al Concorso collegato all'Esposizione Nazionale d'Arte e d'Industria Fotografica di Milano, dove venne premiato per le sue autocromie.
All'effetto di realtà della ripresa stereoscopica si era aggiunta la novità, attesa e dirompente, del colore, resa possibile dal nuovo procedimento messo a punto dai Fratelli Lumière. Con l'autocromia Fino aveva trovato il mezzo più consono alla propria sensibilità, conciliando la modernità della fotografia con la sensibilità per il colore che gli derivava dai suoi primi interessi. Una conferma di questa raggiunta maturità espressiva si ebbe nel 1911, quando venne premiato all'Esposizione delle Industrie e del Lavoro e al Concorso Internazionale di Fotografia che si tennero a Torino per celebrare il cinquantenario della proclamazione del Regno d'Italia.

Ciò gli consentì di avviare una serie di rapporti professionali e di «soddisfare con minor spesa alle [proprie] aspirazioni di far passeggiate, di gustare le meraviglie della natura, ammirandole e procurandosene qualche ricordo fotografico», lasciando a noi le prime testimonianze a colori - estremamente rare - delle Valli di Lanzo.
Il pubblico potrà visionare le riproduzioni di 49 autocromie (ora conservate nel Centro Documentazione del Museo) con soggetti dedicati principalmente alle Valli di Lanzo, integrati da paesaggi, interni del Palazzo Reale di Torino, studi, ritratti, autoritratti oltre ad alcuni nudi.

E' disponibile un catalogo edito dalla Società Storica della Valli di Lanzo, a cura di Pierangelo Cavanna, con 56 illustrazioni a colori e 46 in bianco/nero. Testi di Gianfranco Fino, Claudio Santacroce, Pierangelo Cavanna, Adriano Olivieri e Gian Giorgio Massara (176 pp, 30 euro).
"Alberto Maria De Agostini. La Naturaleza en la América Austral" e "Ferdinando Fino. Le Valli di Lanzo a colori all'inizio del ‘900". 16 ottobre 2010 - 20 febbraio 2011 Torino, Museo Nazionale della Montagna, Piazzale Monte dei Cappuccini, 7. Orario di visita: dal martedì alla domenica, dalle 9-19

Info: tel.011.6604104, www.museomontagna.org